2 Marzo 2021

Riflessi bucati

“Lo specchio riflette la realtà”. Le diceva suo padre, scienziato fuori e dentro casa. Era un dato di fatto.
Così Miriam, quel giorno, ricordava di avere sgranato gli occhi, poi di averli chiusi e di nuovo riaperti a guardare davanti a sé.
Due. Tre. Quattro volte.
Ma non era cambiato nulla.
“Lo specchio non mente”. Aggiungeva sua madre, attenta osservatrice delle forme del corpo e alla continua ricerca di proprie e altrui imperfezioni. Era l’unica altra riflessione che le veniva alla mente.
Dunque quello che vedeva era una strana distorsione ottica; o molto peggio, un inquietante scherzo del suo cervello.
C’era un buco di fronte a lei. Un’apertura nel torace della Miriam dello specchio grande quanto un pugno. Filtrava la luce, attraverso.
“Miriam, calmati. E guarda di nuovo. Guarda meglio”.
Aveva spostato gli occhi di qualche grado verso il basso per accertarsi di una realtà ovvia. Il suo corpo era senza dubbio tutto intero. Aveva ruotato la testa a sinistra e anche il pezzo che mancava alla sua immagine era lì, al suo posto, incastrato perfettamente tra la clavicola e l’ascella.
Allora aveva di nuovo puntato lo sguardo davanti a sé. Nello specchio non c’era. Senza dubbio. Aveva avvicinato la mano con cautela alla superficie. Era più fredda di quel si sarebbe aspettata ma sembrava tutto a posto. Era lucida, liscia e riflettente. Quello ci si aspettava da uno specchio.
Aveva continuato a sbattere forte le palpebre.
Dai, che adesso passa.
Dai, che adesso torna.
Non passava.
Non tornava.
Si era seduta a terra, sulle piastrelle gelide del bagno giallo.
“Calmati, calmati. Ora ti alzi e guardi di nuovo quel buco. Giusto per avere la conferma che stai impazzendo”.
E invece no. Miriam si era vestita con gli occhi serrati trattenendo il fiato. Pantaloni della tuta, maglietta e felpa e aprire gli occhi e finalmente respirare.
Aveva quindici anni e una decisione definitiva in testa: non avrebbe mai più guardato la sua immagine riflessa.

Miriam odiava gli specchi.
Non le piaceva la sua immagine. Questo diceva agli altri.
A se stessa non aveva più detto nulla su quell’argomento per molti anni.

Un inverno Miriam, ormai trentenne, aveva ereditato la grande casa di campagna che era stata un tempo il rifugio estivo della sua famiglia.
Le piaceva quel posto, era legato a tanti ricordi della sua infanzia. Ma nonna era stata una donna vanitosa e ogni stanza della casa aveva il suo angolo di rispecchiamento.
Prima di prenderne possesso, dunque, aveva mandato il suo fedele amico Tristan a fare piazza pulita di tutti gli specchi. Lui era un esperto vetraio e la persona giusta per maneggiare con la dovuta cura quegli oggetti fragili e pericolosi.
Dopo qualche giorno lui le aveva scritto soltanto: “Missione Compiuta”.
Così Miriam l’ultimo giorno di febbraio si era trasferita là con le sue poche cose, i suoi tanti libri e il suo gatto Leo .
Appena arrivata, Miriam era salita in camera. Il viaggio era stato stancante e la rilassava l’idea di riposare nel letto ancora di nonna per qualche ora.
Aperta la porta, un bagliore trasparente le aveva attraversato gli occhi. Li chiuse d’istinto maledicendo la distrazione di Tristan.
Lo specchio dimenticato in fondo alla stanza era vecchio, rigato e anche piuttosto opaco. Ma purtroppo lei era certa se la cavasse ancora bene con il suo lavoro di riflessione.
Si buttò sul letto con gli occhi chiusi e le ginocchia strette al petto. Il cuore batteva forte. Le gambe tremavano.

Doveva essere rimasta così a lungo perchè la luce nella stanza si era ormai affievolita in calore e intensità. Poteva notarlo anche attraverso le palpebre.
Lentamente, non sapeva come, aveva cominciato a sentire la sua immagine avvolta dalla cornice sottile dorata dello specchio.
“Lo specchio contiene”. Era un pensiero nuovo che si aggiungeva ai due ereditati da piccola. E questo era opera sua.
Quel contatto non era spiacevole.
Quasi un rifugio, un nido.
Una carezza, un abbraccio.
Allora decise di farsi coraggio e sollevare piano le palpebre.
Di tornare a guardarsi.
Quello che aveva davanti la lasciò senza fiato.
Nessun buco. Una bambina.
Ma talmente piccola che sarebbe potuta stare comodamente dentro quel buco di allora. O nel palmo di una mano.
Era lì, dentro lo specchio, e la guardava con occhi smarriti.

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